3 luglio. Il piccone è meno loquace di venerdì. Nelle reni si sente il gravame della settimana. Ci siamo. Sono gli ultimi metri, quelli che chiamano la tregua, prima di ritrovare un libro d’immagini nel pugno chiuso del sonno.
È il lavoro del traghettatore. Da una riva all’altra, sulla zattera di una parola data, ma anche di un ordine. Nessuna merce; pietrame e macerie, terra, tutto un sottosuolo che il gesto minimo infiamma, che lo consegna di manovale in manovale.
Mi piace credere che un giorno, forse, un dio senza nome si siederà su questo piccolo mucchio di detriti e prenderà posto nella tomba irradiata dai miei gesti, con parole facili. Semplici passeri. Sbufferà un istante, poi ripartirà verso ciò che ha luogo, nei deserti dove sono gli uomini e i loro cantieri.
Thierry Metz, Diario di un manovale

