aestella,
questo è il giorno infinito con le parvenze di niente,
il giorno che si è fatto inesistente, imperscrutabile, perduto negli annali,
nel calendario ora più corto, inservito.
aestella,
non sai che prurito alla testa per perdere tempo, occupare le mani, occuparmi di tutto, dell'incastro delle sedie, del filtro del caffé, di passi zoppi immaginati per il corridoio
e mi allaccio pure a una ruota panoramica in miniatura,
i seggiolini di ferro, l'argento del maniglione curvo
non sai che ho risentito il vento girevole con cui giocavo di rinforzo, andandogli incontro, per un po' senza pensare che è solo la velocità del perno a farti volare,
sicché fu un ingranaggio la gioia, fu scoglio e corallo, indenne, salvo la dimenticanza di quanto è profonda quest'acqua, di quanto annega persino se stessa, di quanto ritardo la carica con nuova prudenza, di come il cucù dell'ora giusta trovi in me la porta inchiodata nell'unica uscita.
le favole sono state tutte tradite, aestella, i finali rimestati nell'incipit, i vissero felici
appartengono già all'orco, nell'immediato incontro, sai già che non c'è scopo ma tra antro e petto concavo e le eco delle ossa nel vuoto;
io era una bambola trisavola, aestella, la palpebra spalancata se guardavo a terra, la stolida pupilla se ti vedevo supino, il marchio Sebino, tu lontano da questo semplice cielo, lontanissimo e solo, il mucchietto di neve che mi misi in tasca credendo di portamelo a casa, scaldandolo di strada in strada.
dondolo il capo all'indietro e non ho che pace, ora, aestella, e pece sotto le suole, cammino da sola tra la cittadina specie, il cuore al coprifuoco, evito le bombe ma scoppio, trascorro le piogge come bolle di calore, anche oggi è giorno di parvenze di sole, potrei correggere tutte le parole ma mi rimarrebbe l'erosione di essere stata sempre di qualcuno l'errore.
2014
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