martedì 19 marzo 2019

chissà che non ci rivediamo
in una poesia,
forse un giorno
aprendo un librino sotto altri dieci
o entrando in libreria
o tu riponendo un'antologia
delle ragazze
ti cada l'occhio
mi cada lo sguardo
su un verso
che potrebbe dire
parlando di un pugno di viole
da quel giorno non ricordo
se più ne ho raccolte
le portavo a te, come nelle canzoni di una volta
tante viole
ora crescono per errore
vicino a casa
allungo il passo
muoiono subito
ci diremmo dall'altra parte delle case
porteranno fumose nostalgie
porteranno male?

lunedì 11 marzo 2019


Brian Eno

aestella,
vedessi come è cambiata, roba che mi fa infuriare come tutti quelli che credono di poter svoltare l'infelicità altrui, una sciocchezza che si ripete ogni volta che qualcuno ad esempio s'invecchia o s'insola da solo, vale la pena giustificarsi che è solo un istinto per non impazzire del tutto e prendere a volte a male parole o a schiaffi che prudono sui polpastrelli
quella persona che era tutto il contrario di adesso - che mi capovolge -
quella che era viva e faceva compagnia anche solo a raccontare la cena della sera prima o i versi del gatto umano davanti alla porte, alle scarpe, alle scope, agli zerbini del condominio, una specie di reincarnazione di uno zingaro, pensavo io,
ma nessuno avrebbe saputo cosa intendessi perciò tacevo per farle il piacere di raccontare più piccolo che poteva, traevo aruspici dalle sue minuzie, come stelle dell'oroscopo proiettate sul tavolino,
ora ingigantisce i suoi mali come ombre cinesi per ciechi
o forse sono io che li sminuisco, presa come sono a riportarla alla stolida ragione comune, mi ha allattata a suon di storielle senza finale e senza morale, come quella della donna che lucidava la tomba del marito morto purché non tornasse mai più indietro,
deve trovarsi bene qui, riferivi della contadina vedova, che non gli venga mai in mente di comparirmi com'era
stupido e cattivo,
uno schifoso,
sibilava sulla lapide nera vernice, laccata tra le altre sempre un poco appannate,

invece ultimamente, avverbio che non significa niente, parla solo del suo occhio nero,
come non esistesse più niente al mondo di quel buco, proprio come dice il proverbio
la sua lingua batte dove il nero duole o non duole ma attira tutto dentro, come succede nello spazio immanente, persino le stelle del tavolino sono state risucchiate ed ora le amiche si ritrovano e non dicono niente, non sono abituate a parlarsi, altre vedove più sfortunate, lumache senza zampe che fanno un metro ogni giorno solare, quasi tutte escono per ordine del medico, è un bar fisioterapeutico questo, glielo dico anch'io come ultima frase ad effetto per smuoverla dallo sguardo nel pozzo, per estrarle la radice della testa dalla sabbia umida e compatta
terriccio che ha masticato come certi animaletti sulla spiaggia che spariscono sotto ghirigori, tane inespugnabili fatte con una certa arte,
anche lei trova bello il suo nascondiglio, ogni giorno si innamora di più del corridoio, dell'unica finestra che dava sugli orti di suo marito, e del fornello si invaghisce
dove, inappetente, cuoce pietanze lentissime, depositaria dei gesti e del tempi segreti di campagna, laddove è stata per la prima volta felice, dove rinacque non più figlia unicissima,
lascia me ora con un padre e una madre ignoti,
vedessi quanta cura ci mette a ignorarmi ogni parola, ogni debole raccomandazione, consiglio volatile, come quello di uno che incontri una volta l'anno,
aestella,
sapessi che sono d'accordo con lei, quanto le sono simile,
si direbbe che sono io l'orba nella torba
e ben prima della sua la mia retina è morta.

sabato 9 marzo 2019

lasciamo stare le parole
non smussate
da risacca pietosa, infinita e monocorde e pazientissima levigatura
diciamo
arole, grottine calde dove si cuoce il pane
diciamo ole, ondate delicate
sincrone
con chi è nel suo silenzio
e lasciamoci piegare
dal vento di marzo.

venerdì 8 marzo 2019

è ben prima di primavera
vorrei dirti
se ogni parlarti
non finisse come un capillare,
nel circolo di un iniziarti e finirmi.

lunedì 4 marzo 2019

se ti venisse di scrivermi
non scrivermi niente
mandami una lettera vuota
solo la busta
o un foglio piegato, un grano di carta
consumato,
come se l'avessi così tanto pensato
come un lupo sbavato

dalla paura di essere azzannato
dalla ferocia, dalla presa
del segno
te la fossi battuto;
mi arriverà la tua corsa
il fiatone
la spranga tirata al superfluo,
la certezza che sei stanco ma al sicuro.