Però non abbiamo ancora risolto il mistero di questa bianchezza né scoperto perché abbia un fascino così potente sull'anima; e, cosa più strana e assai più stupefacente, perché mai, come abbiamo visto, essa sia nello stesso tempo il simbolo più pregnante delle cose dello spirito, anzi il velame stesso della Divinità Cristiana, mentre poi è indubbio che opera a fare più terribili le cose che più atterriscono l'uomo.
Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell'annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l'assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l'amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c'è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? E ci viene anche da pensare a quell'altra teoria dei filosofi della natura, che tutte le altre tinte terrene, ogni ornamento delicato o solenne, le sfumature soavi dei cieli e dei boschi al tramonto, fino ai velluti aurei delle farfalle e alle guance di farfalla delle ragazze, tutte queste cose non sono che subdoli inganni, qualità non inerenti alle sostanze ma solo appiccicate dal di fuori. Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copre di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. Quando riflettiamo su tutto questo, l'universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi sugli occhi vetri colorati e coloranti, l'infelice miscredente si acceca a fissare l'immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto i l paesaggio. E di tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Perché allora vi meraviglia questa caccia feroce?
Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell'annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l'assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l'amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c'è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? E ci viene anche da pensare a quell'altra teoria dei filosofi della natura, che tutte le altre tinte terrene, ogni ornamento delicato o solenne, le sfumature soavi dei cieli e dei boschi al tramonto, fino ai velluti aurei delle farfalle e alle guance di farfalla delle ragazze, tutte queste cose non sono che subdoli inganni, qualità non inerenti alle sostanze ma solo appiccicate dal di fuori. Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copre di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. Quando riflettiamo su tutto questo, l'universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi sugli occhi vetri colorati e coloranti, l'infelice miscredente si acceca a fissare l'immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto i l paesaggio. E di tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Perché allora vi meraviglia questa caccia feroce?
Herman Melville, Moby Dick
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