giovedì 22 marzo 2018

aestella,
quanto tempo, quanto?
tanto e pochissimo, come ieri
finché si diceva di quella che ha pochi giorni, li hanno contati, è uscita una cifra qualunque
e mentre pensavo che era solo quella la differenza
ecco che siamo stati presi dalla macchia sul giubottino di mia madre e tiravamo a indovinare cosa fosse, latte si diceva, dentifricio, così una coll'unghia ha provato a raschiarla e io a dire ma lasciamo stare, magari ti cambi, come faccio sempre per la grande pena che provo da cento anni per i vestiti suoi, così leggeri intanto, sempre sottili rispetto alla gradazione fredda, sempre casuali, mai un abbinamento di colore o tutti i colori insieme, un giorno persino un giallo fluo sulle braghette nere,
aestella, la vedessi com'è sempre in disparte dagli avvenimenti, la mente sua è sempre lontana e lo si capisce da come annuisce finché gli altri parlano, questo finché non tira fuori una storia e allora si trasforma nella narratrice color ultime ore del giorno, ogni fretta si placa, ogni ansia si disgrega con rumore di terriccio che frana in collina e le sue pause sono perfette e i suoi movimento pochi, più che altro con gli occhi e aprendo un poco le braccia, ripete spesso le frasi ma cambiandole leggermente e tutti diventiamo un circolo di apostoli che ricevono le istruzioni per quel giorno,
intanto, aestella, la donna con poche ore diventa parte di questo posto dove si tirano avanti vite di vecchi e vecchie abitudini come comprare le uova sfuse dal contadino del camioncino o il pesce dalla coppia che il venerdì apre un piccolo caravan tra le case popolari,
è sempre pasqua o natale o giorno feriale, non cambia niente davvero, non è cosa nemmeno cambiarsi troppo d'abito, fingere che non si muoia mai, ringiovanirsi è ridicolo, una fatica di meno
e che sollievo, penso.

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