Ogni volta penso
ti scrivo,
poi mi dico
non ti scrivo:
e intanto anche i grilli hanno preso un orario appesi alle foglie, frutti estivi queruli e quantici e cricchiano tra loro,
resto così indietro dal caldo, dal freddo,
fatua nella folla, sfrego e striscio il pensiero sul muro,
accendo un fuoco per sudare le resine degli anni, i loro scoppi alle caviglie, mine, i fumi neri, gli anelli, i nodi, i nasi e poco sotto, molto appresso alla vita, le cunette dei baci;
con il riflesso di braci, di ombre di abbracci, mi oriento, appaio i ricordi
– mughetto e papavero, notte e giorno che si fa notte subito dopo
le tregue delle piogge, le persiane spezzate dal sole
non abbiamo mai avuto un balcone?
ti invito a questo palco di ramo,
sono solo due piani, due chiome: un’altana è questa casa, vedi, piena di mezze misure, dimezzati i soffitti, i piedi come unico metro,
sono il cieco,
da qui vedo il retro del foglio, in fondo in fondo,
e non posso sbagliare se solo ti saluto in un rigo,
nell’ultimo bianco,
come il campo di grano tagliato
come tale vorrei morire
con le orecchie piene di chicchi maturi, di arrivi, di limi, di mare.
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