domenica 8 febbraio 2026

Le cose alle quali tenevi di più, ti decidi un bel giorno a parlarne sempre meno, devi fare uno sforzo quando ti ci metti. Ne hai le scatole piene di ascoltarti sempre cianciare. Tagli via. Rinunci. È da trent’anni che stai a cianciare. Non ci tieni più ad avere ragione. Ti molla la voglia di tenerti anche il posticino che t’eri riservato tra i piaceri. Ti viene lo schifo.

Basta ormai mangiare un po’, scaldarsi un po’ e dormire più che si può sulla via del nulla assoluto.

Bisognerebbe per ritrovare degli interessi inventarsi delle nuove smorfie da eseguire davanti agli altri.

Ma non si ha più la forza di cambiare il repertorio. Farfugli. Cerchi ancora dei trucchi e delle scuse per restare là con loro, gli amici, ma la morte è lì anche lei, fetente, al tuo fianco, tutto il tempo adesso e meno misteriosa d’un mazzo di carte. Ti restano preziose solo le pene minute, quella di non aver trovato il tempo fin che era vivo d’andare a trovare il vecchio zio a Bois-Colombes, con la sua canzoncina che s’è spenta per sempre una sera di febbraio. È tutto quello che hai conservato della vita. Questo piccolo rimpianto atroce, il resto l’hai più o meno vomitato lungo la strada, con molti sforzi e pena. Non sei altro che un vecchio lampione di ricordi all’angolo di una strada dove non passa già quasi più nessuno.

Così finiscono i nostri segreti quando li esponi all’aria e in pubblico. Di terribile in noi e sulla terra e in cielo c’è forse solo quello che non è stato ancora detto. Saremo tranquilli solo quando tutto sarà stato detto, una volta per tutte, allora finalmente faremo silenzio e non avremo più paura di star zitti. Ci saremo. La verità, è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire.

Louis-Ferdinand Céline, da Viaggio al termine della notte

Ti vedi

interi stagni di dolore
e la Creazione che continua
a dilaniarsi modesta
coi furtivi arnesi dell’amore.

*

Lingua
non fuoco di scrittura,
però te lo so dire.

 *

Se fossi un intellettuale
col cranio pieno di dolore
e di impalpabile angoscia
volteggerei come una libellula vestita di fiori.
Ma per tornare al concreto non lo sono.
Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
e se non fosse per il nome che porto
mi sigillerei in una conchiglia
e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
ed è un abisso di stelle.

Ivano Ferrari, Transitori e risorti, Crocetti

aestella, 

ad ogni chiodo si aggrappa la casa

in strada si radunano le madri,

la loro selva scossa di mani

è rete

vulnerabile e rada,

cadranno come bicchierini per rosoli

i sogni che ho stondato nei fiumi.

non arriveranno le dita alla guancia bagnata

a ristorare la tenera rabbia

a riaddensare le braccia

che hanno sostenuto la stanza

la sostanza di noi è sparsa

chiede requia,

ma la paratìa dell'abbandono è alzata

da una matita poco usata

o dalla foto strappata

perso è il bottone che chiudeva la gola

il biglietto per te

è polvere nell'angolo della tasca.

venerdì 6 febbraio 2026

 [… Per quel tuo cuore che io largamente preferisco ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante a divieto]

Per il divieto che ci impedisce di continuare forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree del bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.
Amelia Rosselli, da Variazioni

lunedì 2 febbraio 2026


 

Qui tutto canta la vita trascorsa,

senza per questo distruggere il domani:
s'indovinano fermi nella loro forza
il cielo e il vento, il pane e le mani. (...)

*

(...) e per questo è così importante orientarsi secondo la propria innocenza.


Rainer Maria Rilke

sabato 31 gennaio 2026

   altrimenti ti inviavo

preghiere mistiche e laiche
da una parte all'altra del mondo
dal basso in altro,
dall'alto all'altissimo
con ogni sbarco della parola,
angoletti, fogliame per gli imballi
carte regali, sovraimpresse di invisibili pianti
già molli, sovrascritti, sottoscritti,
firmati con alette, anonimi di mio,
tutto per dragare il tuo silenzio quasi divino,
una fiumana
di accorate infantili catenelle
dotte, imparate dai banchi, imitate dai saggi
e calembour e massime e stinte poesie,
formali come formaldeide,
un rsvp in basso a destra
in fondo a sinistra come le toilette
o altrimenti parlandomi da sola lungo i canali
verso la stazione
appena fuori casa
con un piede sull'uscio
con l'altro nella tua fossa,
nel girone dei sordi e degli ebeti, dei sordidi e degli angioli,
lo sa dio la fine che fa
l'amore che si ingorga nella turistica testa
quale parassita di me stessa
tarlata fino all'ultimo occipitale
diventare altrimenti polverina leggerissima
sparirti dalle mani con piccola brezza.
da Un amore andato bene e male
(raccolta inesistente)